Energia e rinnovabili, l’Europa riuscirà a restare la prima della classe?

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Una nuova strategia per il riscaldamento e raffrescamento degli edifici, la riforma del mercato delle quote di carbonio (ETS) e una revisione delle etichette energetiche che si trovano sugli elettrodomestici. La Commissione Ue si prepara a varare un pacchetto sull’energia.

Una nuova strategia per il riscaldamento e raffrescamento degli edifici, la riforma del mercato delle quote di carbonio (ETS) e una revisione delle etichette energetiche che si trovano sugli elettrodomestici. Al grido “l’Europa numero 1 al mondo per le rinnovabili”, l’esecutivo Juncker si prepara a varare nuove misure in alcuni settori chiave della politica energetica comunitaria.

Nei giorni della Settimana europea per l’energia sostenibile, svoltasi a Bruxelles qualche settimana or sono, la domanda che tutti si fanno è però se l’Europa riuscirà davvero a diventare la prima della classe. Se infatti, come spiega Marie Donnelly, responsabile per le rinnovabili, l’efficienza energetica e l’innovazione della Commissione europea, «l’Ue ha energia rinnovabile pro capite pari a tre volte il resto del mondo messo insieme» e 25 Paesi sono in linea con gli obiettivi intermedi del 2013-2014, rimangono gli aspetti critici. Un report coordinato dallo European renewable energy council, l’organizzazione europea dell’industria delle rinnovabili, mostra infatti come solo 10 Paesi, tra cui l’Italia, raggiungeranno per certo il target 2020, mentre altri 15 – tra cui Francia, Germania e Regno Unito – non ce la faranno. E come se non bastasse, ambientalisti e diversi osservatori considerano l’obiettivo del 27% di energia rinnovabile al 2030 troppo poco ambizioso.

Lo stesso vale per gli impegni presentati da Bruxelles in vista della COP21 di Parigi: l’Europa si è impegnata a ridurre le sue emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, obiettivo che se realizzato la renderà, si legge nell’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, «una delle economia meno carbon-intensive del mondo». Lo studio però dice che gli impegni dei Paesi in vista della COP21 «devono essere una base su cui costruire azioni future più forti», e che l’Ue deve attuare, prima di tutto, «riforme strutturali» del sistema degli ETS.

Per mantenere le promesse fatte a livello internazionale, Bruxelles punta molto sull’efficienza energetica. «Entro la fine del 2016 faremo una nuova proposta legislativa: solo dopo aver pensato all’efficienza potremo dedicarci ad aumentare la nostra potenza energetica», dice il commissario all’Energia e clima Miguel Arias Cañete. «Un primo passo sarebbe già far capire alle autorità locali degli stati membri che i soldi per intervenire ci sono.

Tutti si nascondono dietro la giustificazione del Patto di stabilità, ma in realtà i fondi per l’energia sono tra i peggior spesi», riflette Monica Frassoni, co-presidente del partito dei Verdi europei. E spesso, per iniziare a ottenere dei risultati significativi non servono cifre astronomiche, come dimostra per esempio il progetto spagnolo Desendolla’t, che ha coinvolto 30 scuole vicino a Barcellona.

«L’amministrazione locale ha avviato il progetto perché stava spendendo troppo per i consumi energetici degli edifici scolastici. Così ha deciso di provare a ridurli, promettendo alle scuole la metà dei soldi risparmiati», racconta Anna Seijas, dirigente della provincia di Osona. La formula è stata vincente: «Sensibilizzando studenti, insegnanti e tecnici siamo riusciti a ridurre la bolletta energetica di 300 mila euro in due anni», con un investimento iniziale di circa 10 mila euro.

La rete internazionale Women in Europe for a common future ha lanciato nel 2011 un progetto ancora in corso per rimpiazzare il carbone con l’energia solare nei villaggi agricoli dell’Europa dell’Est, puntando su coinvolgimento femminile e microcredito. «Fino ad oggi abbiamo coinvolto 600 famiglie: insieme ad associazioni locali, abbiamo organizzato corsi di formazione per insegnare alle donne a costruirsi da sole un collettore solare con materiali comuni», spiega Johanna Eichermuller di Wecf. Grazie a piccoli prestiti, le donne hanno costruito impianti solari termici rudimentali, ma efficaci: «E’ migliorata la loro qualità della vita, sono diminuite le emissioni e le famiglie hanno risparmiato in media ogni anno circa 160 euro».

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