È lo «shale gas» la sfida energetica dell’Occidente

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La caccia alle risorse energetiche e la loro cronica scarsità sembrerebbero smentire il primo principio della termodinamica secondo cui «l’energia non si crea e non si distrugge, ma si trasforma». Ovunque da tempo si palesa infatti il rischio che le fonti di energia scompaiano e non vengano più rimpiazzate da sorgenti altrettanto efficaci. A queste paure risponde il libro del presidente dell’Eni Giuseppe Recchi: Nuove energie. Le sfide per lo sviluppo dell’Occidente (Marsilio, pp. 160, euro 13), con prefazione di Sergio Romano, che apre scenari interessanti sull’utilizzo dell’energia nei prossimi decenni, come partita decisiva per le sorti del nostro continente.

Alla base del saggio c’è la convinzione che tra energie e sviluppo tecnologico esista un rapporto biunivoco. Se infatti l’innovazione tecnico-scientifica consente di scoprire e sfruttare nuove fonti di energia, allo stesso tempo le nuove risorse energetiche permettono di investire nell’innovazione tecnologica e nello sviluppo economico. In questo quadro l’energia si configura dunque come la fonte primaria che mette in moto le imprese, come la condizione che ne garantisce il lavoro, e infine come l’oggetto stesso di ricerca e produzione. Ne è un esempio lo shale gas, il gas metano estratto dalle argille che ha trasformato gli Usa in poco tempo da acquirenti di risorse energetiche, sempre carenti di materie prime, a grande Paese esportatore di energia.

Prendendo spunto da questo investimento, Recchi articola un discorso sulla natura geologica delle risorse energetiche, ma anche sulla loro valenza geopolitica. Da un lato, la ricerca di energia si può paragonare a un viaggio cominciato nel sottosuolo (con le miniere di carbone e i giacimenti di petrolio), proseguito sulla terraferma, con lo sfruttamento della forza idroelettrica, e terminato nell’atmosfera, con l’utilizzo delle rinnovabili, come l’energia eolica e solare. Dall’altro lato, la produzione, l’acquisto e la vendita di energia hanno spesso condizionato, se non generato, gli eventi storici del Novecento, determinando partnership commerciali, crisi diplomatiche e conflitti, come capitato di recente inIraq e Libia e oggi in Crimea.

La «geografia dell’energia», la sua distribuzione disomogenea nelle aree del pianeta, influisce dunque sulla storia degli Stati che la posseggono o meno e può contribuire a legittimarne la forza sia interna che esterna. Avere energia propria, avverte Recchi, può significare investire nella sua estrazione e produzione, offrendo occupazione; abbassare il costo del lavoro pagando meno lebollette; e infine destinare quei soldi risparmiati all’assunzione nelle imprese. In senso letterale, l’energia si presenta così nella sua definizione fisica di «capacità di un corpo o di un sistema di compiere un lavoro». Ma disporre di energia propria significa anche essere più autorevoli e credibili negli scambi internazionali, avere un peso contrattuale maggiore nello scacchiere mondiale e riuscire a essere autosufficienti perfino in un contesto di villaggio globale. L’energia è insomma un’arma che forse vale più degli F35, dei missili o delle bombe a idrogeno.

Ecco perché l’autore del libro esorta l’Europa, e l’Italia nella fattispecie, a creare piani strutturali e infrastrutturali di sviluppo ed efficienza energetica, per mettersi al passo con i giganti del settore, come la Russia e i Paesi mediorientali, e per essere più ricca e coesa. Solo se «pieno di energia», l’Occidente potrà recuperare, oltre alla perduta forza economica, anche un ruolo politico e strategico degno di una grande potenza.

FONTE: Libero

AUTORE: Gianluca Veneziani

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